Ongaro Athos

ATHOS ONGARO
(SAN DONÀ DI PIAVE 1947)
Storia dell’ arte

La mia storia dell‘arte comincia molto, molto tempo fa nel paradiso della nostra infanzia, laggiù nelle isole beate dell‘Egeo: Creta e dintorni per intenderci. È stata un‘infanzia senza grossi traumi, addirittura felice direi. Così felice che si potrebbe pensare sia stata solo un’illusione e che essendo passato troppo tempo la memoria faccia lo scherzo di modificare i ricordi a seconda dei nostri desideri, se non che ciò che è rimasto, affreschi, sculture, vasi di Kamares costituisce l‘evidenza visiva d‘una gioia di vivere che è molto difficile confutare.
Vivere in simbiosi con la Terra accettandone il chiaroscuro di gioie e dolori, era forse il segreto di quella felicità, un‘esistenza che è esatto definire mistica. Qualcuno adirittura la usava come una sorta di trampolino per lanciarsi verso il cosmo o almeno verso l‘ignoto.
È durata qualche migliaio d‘anni fino a che bande di predoni sanguinari, calati chissà da dove, aiutati pare da qualche bel cataclisma, hanno messo fine a tutto col ferro e col fuoco.
Questi psicopatici ben poco avevano di mistico e a vivere in comunione col cosmo non ci pensavano proprio. Furto, stupro, assassinio erano le specialità della loro natura e generosamente le hanno fatte confluire nel nostro codice genetico.
Buon per noi che non tutto è andato perduto, il ferro e il fuoco infatti hanno operato sul quel paradiso una sorta di grandiosa e drammatica trasmutazione alchemica dissolvendolo e trasformandolo in un succo che ha potuto così essere assimilato dagli psicopatici.
L‘elisir si dimostra efficace e in meno d‘un millennio riesce a modificare un poco i bruti, non che li ammansisca, figuriamoci, quelli continuano inperterriti a trucidarsi, ma, per l‘effetto della pozione sulla loro natura belluina, tra un massacro e l‘altro trovano il tempo di uscire con una serie di opere da lasciare senza fiato. È nata l‘arte.
I Greci, che di loro ora si tratta, hanno dato a questa sorta di provvidenziale operazione alchemica forma antropomorfica e divinizzata chiamandola Dioniso e, con ragione, fanno risalire a lui l‘origine dell‘arte.
Nei Greci il genio è pari alla ferocia, le stragi sono efferate la fioritura dell‘arte prodigiosa ma la la primavera dura poco e i Romani che ne prendono il posto, intimiditi da tanto splendore, se ne dichiarano eredi ed ammiratori ma si guardano bene dall‘ imitarli. Li imitano però nelle stragi anche se, d‘ora in poi, queste serviranno a diffondere la civiltà. Su questo naturalmente gli incivili non sono d‘accordo e appena possono li tolgono di mezzo.
Non è stato un gran periodo per l‘arte, i testoni degli imperatori sono da incubo, e il loro merito più grande è stato quello di trasmetterci qualche copia eccellente dei capolavori che tanto amavano. Da un popolo che ha divinizzato lo Stato non potevamo aspettarci di più!
Bisanzio può far così il suo ingresso in scena; anche loro, è naturale, sono eredi dei Greci ma è una Grecia quaresimale, irriconoscibile sotto il saio del penitente, l‘infausta dottrina platonica e il cristianesimo hanno imposto un digiuno dalla materia e da quel poco di gioia che ce ne veniva. L‘arte però ha sette vite come i gatti e approfitta del desiderio Cristiano di glorificare il Creatore per infondere eros e poesia a quell‘ universo algido, si butta nell‘ avventura col solito entusiasmo e crea mosaici da delirio anche se, per motivi di praticità, è poi la pittura che si diffonde maggiormente.
Ma si sa, l‘arte soffre di claustrofobia, non ce la fa proprio a stare ingabbiata nei dogmi e poi ama i viaggi e nel suo vagabondare capita in Italia. Ne intuisce il potenziale: la sua posizione al centro del Mediterraneo è strategica, di qui passano tutti, l‘ambiente è favorevole e poi la campagna toscana ha un che di famigliare….. ma sì le ricorda Creta e questo la commuove e la fa sentire a casa e c‘è dell‘altro, come una strana presenza nell‘aria, del resto già Virgilio aveva cantato “Dioniso protettore della famosa Italia.” Ma come faranno i poeti a beccarle così? In attesa della scienza che ci spieghi il fatto accontentiamoci di registrare che proprio qui, al centro dell‘Italia, nella pittura senese l‘arte si divincola dai lacci bizantini, riprende fiato, si rincuora e di lì a poco esploderà in un‘altra primavera.
Non so perchè queste accensioni avvengano solo ad intermittenza nella storia dell‘ uomo, perchè nell‘Atene di Pericle e nella Firenze dei Medici, perchè Venezia e i Fiamminghi? Ma so che senza queste piene dell‘anima, queste inondazioni benefiche, la vita, per tutti durissima, sarebbe per un certo tipo d‘uomo intollerabile.
Nel Rinascimento tra Firenze e Venezia di genio ce n‘è da vendere, oddio a voler essere pignoli forse l‘atmosfera è un po neoplatonica, ma per ora godiamoci la festa che con Plato i conti li regoleremo presto.
La Chiesa è potentissima e, rispettando nell‘uomo l‘istinto che lo spinge verso l‘arte si dimostra anche saggia, tanto che quando qualche iconoclasta menagramo comincia a scocciare ne autorizza senza troppi patemi d‘animo l‘arsione. Intanto il mondo si allarga, scopriamo nuovi continenti e in tutti portiamo la civiltà e anche la vera fede, sempre nello stesso modo.
Il Rinascimento è un‘oasi provvidenziale e ci ristora, ma cominciamo a essere vittime di miraggi e la meta è lontana, dobbiamo affrontare il deserto è tempo di andare. Lasciamo così il tempio dell‘idealismo platonico che fresco del restauro operato dall‘ arte è sfolgorante, ma si tratta appunto di restaurazione e si sentono scricchiolii sinistri, l‘edificio traballa e la spallata finale verrà da due esperti di miraggi, artisti e pensatori di singolare potenza e lucidità.
Nietzsche intuisce che i limiti descritti nella caverna del mito platonico sono il sistema platonico stesso e che la filosofia in generale, essendo parte del problema, non ne offrirà certo la soluzione. Inquadrato il problema con chiarezza gli da veste antropologica: passaggio da quella quasi scimmia che è l‘uomo a un qualcosa di ancora sconosciuto che chiama oltre-uomo. La sua posizione potrebbe sembrare a prima vista in sintonia con le tesi evoluzioniste che vanno per la maggiore ma la novità inaudita è che questo processo non avviene per automatismo filogenetico ma deve essere frutto di una scelta consapevole e va conquistato.
Questo fa dell‘uomo un progetto vivente che si autodefinisce affrontando l‘ ignoto e introduce un livello di libertà mai visto prima. Il dinamismo di questa soluzione scardina lo statico universo platonico aprendo la strada anche a nuove concezioni sulla natura del tempo e dello spazio.
Con intuizioni vertiginose indica la direzione e premurosamente ci lascia un manuale farcito d‘insidie e trabocchetti, lo “Zarathushtra”, che ci serva come guida ed allenamento. L‘istinto che lo spinge gli dice anche che non sarà lui a raggiungere la meta però ci prova, ce la mette tutta, anche troppo, tanto che alla fine gli saltano le valvole, non prima però di aver intuito che nella comprensione di un qualcosa accaduto nel nostro passato può trovarsi la soluzione. Dioniso, come dire “vissi d‘arte vissi d‘ amore”, diventa la figura dominante e uno degli splendidi affreschi ritrovati negli scavi di Akrotiri a Santorini, quello delle scimmie blu, ci conferma che proprio lo stesso problema era centrale nella civiltà che è stata la nostra infanzia. Ci teneva tanto ad essere uno spartiacque, una sorta di padre dell‘uomo a venire e come tale merita di essere ricordato.
Nel procedere verso la libertà suo compagno d‘avventura è Strindberg e se Nietzsche ha percorso a ritroso la storia della filosofia fino alla sorgente che le da origine, scoprendo che questa può trovarsi nel passato, ma anche nel presente o nel futuro aggiungo io, Strindberg percorre lo stesso cammino ma nella carne e nella psiche dell‘uomo verso il suo centro, la parte più intima ed originaria, identificando e neutralizzando le sovrastrutture culturali e religiose che intralciano il cammino. Il compito è immane e ne escono stroncati. Nietzsche tramonta nel nome di Cristo e di Dioniso, Strindberg sembra inchinarsi all‘ ultimo bastione cristiano: “Ave crux spes unica” diventa il suo motto, ma non si è arreso e lucidamente fa piazza pulita della colpa suggerendo un‘interpretazione esoterica del Cristianesimo. Ma neppure questo lo convince che anzi dubita della salute mentale dell‘Artefice anche se, non avendo un‘alternativa, amaramente accetta questa soluzione chiudendo la sua vita col beffardo “ma si prete, andiamo, prima che cambi idea”.
Entrambi critici implacabili del Cristianesimo, partono all‘assalto nell‘opera di demolizione finchè questo crolla fragorosamente, o meglio, ciò che cade si rivela un rivestimento che polverizzandosi ne libera il nucleo vivo ed incandescente, una figura dai tratti famigliari ne emerge…….. Ma sì è lui!……. Del resto da Dioniso, maestro di travestimenti, c‘era da aspettarselo.
Nel loro atteggiamento che vaglia in maniera lucida e spietata ogni idea e non si ferma davanti a nessun altare, se questo intralcia il cammino dell‘uomo verso se stesso, riconosciamo il carattere dell‘epoca nuova che sta nascendo. Prenderà il posto dell‘altra che ormai decrepita, sta passando a miglior vita. La sua giovinezza è stata ben rappresentata dai “Kouros” la vecchiaia dai “Borghesi di Calais” e in essa è successo di tutto: poche gioie, molti dolori che abbiamo sollecitamente metabolizzato e trasformato in arte rendendo così possibile la continuazione della nostra vita.
Ma non facciamoci prendere dalla malinconia, siamo ormai nella nuova epoca. La rivoluzione industriale avanza rombando, le scienze hanno uno sviluppo prodigioso e partiamo all‘assalto del cosmo e del microcosmo, scopriamo che forze misteriose modellano lo spazio e che la natura del tempo è relativa. La fisica quantistica sostituisce la certezza dell‘oggetto fisico con campi di forza ed aree di probabilità dell‘ evento, moltiplica le dimensioni, non facciamo in tempo ad abituarci alla quarta che diventano cinque, sei, dieci, da perderci la testa! Lo sviluppo della tecnologia ci porta in dono un potenziamento delle nostre capacità miracoloso, diventiamo tutti dei Super Man, possiamo volare, ci immergiamo negli oceani come nelle profondità di noi stessi, la nostra forza è moltiplicata per mille. Inventiamo tra le altre cose la fotografia, seguiranno le tecniche digitali e i pantografi laser computerizzati che permettono la realizzazione d‘immagini a due o tre dimensioni di straordinaria fedeltà ed efficacia.
L‘arte sgravata dall‘obbligo della rappresentazione, stordita e stimolata dalle nuove teorie si avventura in territori inesplorati. In alcuni decenni di vertiginosa libertà le teorie più estreme vengono applicate, atteggiamenti paradossali, ogni limite e tabù viene infranto, nessun valore rispettato.
L‘insieme di queste sperimentazioni che può sembrare caotico come il rimescolamento e proiezione di lava di un‘eruzione vulcanica è parte dello sforzo, veramente titanico, dell‘umanità per disincagliarsi dalle secche del vecchio ciclo culturale. Le possibilità offerte da questa libertà sono affascinanti a patto che l‘arte sappia difendere la propria integrità, per questo dobbiamo diventare più diffidenti di Tommaso ed essere certi che sia qualcosa di vivente e non la cara salma che abbiamo appena interrato con tanta fatica, infatti strade che sembrano portare verso la libertà possono rivelarsi vicoli ciechi e proprio questo avviene con Duchamp attorno al quale ruota il vero problema dell‘arte moderna.
Che è moderno si capisce subito perchè ha fretta, non ha tempo da perdere e per arrivare all‘arte prende una scorciatoia che taglia fuori il mestiere. Confortato anche dal parere di Leonardo, che di mestiere ne aveva da vendere, dichiara che l‘arte è cosa mentale e cerca di darle scacco matto nella maniera che sappiamo. Roba che uno pensa – Beh questo è andato, vedrai che lo rinchiudono – e invece no, se ne va a New York che in attesa di diventare la nuova Roma è la capitale dell‘egocentrismo e diventa il beniamino della borghesia ricca e cosmopolita.
È chiaro che sotto l‘aspetto demenziale e provocatorio si nasconde qualcos‘altro: una tesi proposta come un dilemma e basata sull‘assunto che il nominare corrisponda all‘essere rendendo così obsoleto il fare. ll dilemma è se debba essere l‘arte a decidere chi siamo o noi a decidere cosa sia l‘arte. Ma il nominare non produce l‘essere, pare che il giochetto sia riuscito solo a Yahweh, e suggerendo che è in nostro potere decidere ci fa una proposta meliflua che solletica il nostro desiderio di libertà, assume il ruolo del Tentatore lusingandoci con l‘offerta di diventare i re del mondo senza fatica.
Troppo facile per essere vero e nell‘arte il fare è il punto d‘incontro tra le possibilità della materia e i desideri della mente e non è possibile evitarlo ingigantendo la funzione intellettuale, il mestiere lungi dall‘essere limite od ostacolo è un vero toccasana che disciplina la mente, la salva dai deliri d‘onnipotenza e trasmettendole sostanza la invera.
Mai onanista ha avuto prole così numerosa e questo perchè offre a individui o gruppi privi dell‘intelligenza specifica (musicale, letteraria, pittorica etc.etc.) la possibilita di soddisfare con l‘arte un‘urgenza espressiva e in questo non c‘è niente di male purchè sia chiaro che quello espressivo è solo un aspetto accessorio dell‘arte. Non difendo certo l‘accademismo dato che il suo risultato finale è simile al duchampismo e neppure voglio negare libertà d‘espressione ma quella di Duchamp è una trappola pericolosa che funziona perchè si vuole che ciò che è espresso abbia valore d‘arte.
L‘arte però se ridotta ad uno dei suoi aspetti accessori semplicemente cessa di essere tale. Ecco allora, dato che ce n‘è gran richiesta, intervenire lo Stato o gruppi abbastanza potenti da disporre di Musei e istituzioni culturali che tentano la trasmutazione con la propaganda anche perchè snaturando l‘arte e sostituendola con didattica, sociologia, intrattenimento potrebbero manipolare gli individui e farne sudditi più funzionali. Questo nelle democrazie perchè nei regimi totalitari l‘arte è semplicemente messa al bando e sostituita dall‘illustrazione ideologica.
In entrambi i casi il risultato è una contraffazione che nega la dialettica uomo-mondo e reintroduce una staticità dogmatica simile a quella di cui ci stiamo liberando. La scelta è quindi tra l‘affrontare il mistero in modo appropriato o darsi un‘ ontologia di Stato.
Due parole vanno spese anche per il Mercato che non è proprio innocente come si vorrebbe. Basta metter piede ad una fiera per rendersi conto che il giro di denaro generato dall‘arte è gigantesco e deve essere alimentato da un prodotto sempre a portata di mano, ma l‘arte è come un fiore selvatico, un tartufo se preferite, che cresce dove e quando vuole, se c‘è meglio se no si tenta di far passare quello coltivato in serra per l‘originale intorbidendo le acque e aumentando la confusione.
Come vedete questi problemi sono dovuti in fondo al prestigio di cui l‘arte gode, al suo essere così radicata nell‘uomo occidentale e con ragione perchè essa ha sostituito in noi il cordone ombelicale che ci collegava al mistero, cosmo, chiamatelo come vi pare e ci offre qualcosa di cui siamo assetati, la possibilità di confrontarci col reale senza intermediazione divina e senza degradarlo a macchina insensata e la sua perdita sarebbe il nostro diluvio.
Resta da vedere come emergerà l‘arte da questo bagno magmatico e mentre yoghi e mistici ci assicurano che astraendo la mente dal mondo e concentrandola su se stessa o su un‘idea divina si può raggiungere la suprema beatitudine, mentre Stato e Mercato sull‘onda del duchampismo garantiscono che si può trasmutare il supporsi in essere io difendo l‘autenticità dell‘arte, il suo essere una singolarità che genera il proprio spazio-tempo, che fa mondo insomma, crea la vita ed è questo che ci permette di distinguerla non il fatto che sia esposta nei musei e istituzioni culturali. Credo anche che essa libera da preoccupazioni sociali, morali ed anche estetiche possa dedicarsi al potenziamento della sua natura più intima che è iniziatica e guidarci come un filo d‘Arianna attraverso il labirinto della vita e della storia fino ad una rifondazione ontologica dell‘uomo.
Rifondazione basata sull‘innocenza dell‘antica cultura secondo la quale il mondo non è ostacolo, illusione, preda ma partner vivente e indispensabile nel gioco libero e spontaneo della creazione. Questa innocenza, rimasta viva nell‘arte, la fa muovere con agilità nel mistero e permette allo scultore di modellare la creta quanto alla creta di modellare lo scultore.
Sostengo che questa dialettica dal carattere squisitamente erotico può generare lo svelamento dell‘Essere come processo poetico in atto e che il coincidere in esso sarà, per chi lo voglia, la meta.
Non sarà facile ma niente lo è nella nostra vita e in questo consiste la vera libertà. Libertà che non avendo raggiunto sono esentato dal parlarvene.
Athos Ongaro

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